Uno scrigno inaspettato di arte e tesori millenari, dall’antico impero romano al medioevo al barocco. Il nuovo slogan di questo paese è proprio azzeccato: capolavori in corso…A 20 minuti dalla A14 (e dal mare), a 15 minuti da Macerata, a 30 chilometri dal Parco Nazionale dei Monti Sibillini: chi ci abita dice che Urbisaglia è ad un passo da tutto. E in effetti non possiamo dargli torto, specialmente quando ci dicono che ad un passo c’è uno scrigno di tesori millenari che vanno dall’impero romano al medioevo ai giorni nostri.

Il Parco Archeologico di Urbisaglia è il più grande delle Marche: gli scavi (che continuano ancora oggi) hanno portato alla luce grandissime testimonianze dell’antica Urbs Salvia. Il serbatoio, il teatro, la cinta muraria, il tempio criptoportico dedicato alla dea Salus Augusta (affacciato sull’attuale statale 78, che era l’antica Salaria Gallica), monumenti funerari, e soprattutto l’anfiteatro, uno dei meglio conservati d’Italia. Non basta? No, perché oltre ai monumenti romani, c’è anche l’affascinante borgo medievale, con la Chiesa dell’Addolorata (sec. XV), il Palazzo Comunale (sec. XIII), la Collegiata di San Lorenzo (XVIII-XIX sec.) e la maestosa Rocca, uno dei castelli meglio conservati della regione. Nei dintorni da ammirare anche l’Abbazia di Chiaravalle di Fiastra, famosissima, e la poco conosciuta ma preziosissima Chiesa della Maestà.
Insomma, una destinazione perfetta per scoprire arte, cultura, natura di una città conosciuta anche da Dante Alighieri (che parla di Urbisaglia nel sedicesimo canto del Paradiso).
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Nella media Valle del Marecchia, al centro della Regione storica del Montefeltro, su un
masso imponente di forma romboidale con pareti strapiombanti al suolo, sorge San Leo. La placca rocciosa, di formazione calcareo-arenacea, è il risultato della tormentata genesi che ha portato alla formazione del paesaggio della Val Marecchia, nota ai geologi come Coltre o Colata della Val Marecchia. I limiti della placca, nel caso di San Leo, sono interamente identificabili e coincidenti con i dirupi e gli strapiombi; il contatto con le argille sottostanti è sempre evidente. Questa situazione rende San Leo un paradigmatico esempio ai fini della interpretazione della geologia locale e riassume, inoltre, notevoli, fenomeni geomorfologici, caratteristici della Val Marecchia. La straordinaria conformazione naturale del luogo ne ha determinato, dall’epoca preistorica, la doppia realtà di fortezza munita per natura e di altura inaccessibile e perciò sacra alla divinità.
L’antico nome Mons Feretrius è tradizionalmente legato ad un importante insediamento romano, sorto intorno ad un tempio consacrato a Giove Feretrio. Pur non essendo in possesso di fonti in grado di attestare l’anno in cui i romani giunsero in questo luogo, possiamo affermare che, fin dal III secolo, essi costruirono una fortificazione sul punto più elevato del monte, ma non monirono l’abitato di cinta murarie poiché la rupe è di per sé inaccessibile da qualunque lato. Sul finire del III secolo, giunsero nel Montefeltro, dalla Dalmazia, Leone e il compagno Marino, ai quali si deve la diffusione del cristianesimo che si propagò rapidamente in tutta la regione circostante, fino alla nascita della Diocesi di Montefeltro. Leone è considerato, per tradizione, il primo Vescovo di Montefeltro, anche se l’istituzione della Diocesi risale, probabilmente, al periodo fra VI e VII secolo, quando San Leo venne eretta a città (il primo vescovo è documentato soltanto nell’826). La circoscrizione ecclesiastica facente capo a Montefeltro comprendeva un territorio prevalentemente collinare e montuoso, distribuito tra le Valli del Savio, Marecchia, Conca e Foglia (a parte alcune mutazioni, l’antica Diocesi sopravvive oggi con l’intitolazione di San Marino-Montefeltro). 
Sull’originario sacrario edificato dallo stesso Leone che la tradizione vuole abile tagliatore di pietre, sorse la Pieve, dedicata al culto orientale della Dormitio Virginis. L’edificio, costruito in epoca carolingia e rimodernato in età romanica, raccoglie intorno a sé il nucleo della città medievale. Dopo il VII secolo, accanto alla Pieve, fu innalzata la Cattedrale, consacrata al culto del Santo Leone. Nel 1173 essa venne completamente rinnovata, nelle forme romanico-lombarde, e unita alla possente torre campanaria di probabile origine bizantina. Il nucleo della città sacra, composto dal Palazzo Vescovile e dalla residenza dei Canonici, veniva così a costituire un vero e proprio agglomerato urbano, la civitas Sanctis Leonis, arricchita di altri edifici dalla dinastia dei Montefeltro stabilitasi a San Leo a metà del 1100. Non a caso essi, discendenti della progenie dei Conti di Carpegna, assunsero il titolo ed il nome proprio dall’antica città-fortezza di Montefeltro-San Leo. Il centro medievale conserva gli edifici romanici, Pieve, Cattedrale e Torre Campanaria, mentre i palazzi residenziali hanno subito numerose trasformazioni principalmente durante il periodo rinascimentale. L’abitato storico si estende intorno alle chiese che affacciano sulla piazza centrale, intitolata a Dante Alighieri, ed è composto da numerosi edifici: il Palazzo Mediceo (1517-23), la residenza dei Conti Severini-Nardini (XIII-XVI sec.), il Palazzo Della Rovere (XVI-XVII sec.), la Chiesa della Madonna di Loreto e abitazioni costruite fra il XIV e il XIX secolo.
Distanziata dall’agglomerato urbano, per evidenti ragioni difensive, è la Fortezza di Francesco di Giorgio Martini. Il primitivo nucleo altomedioevale, in cui dal 961 al 963 era stato assediato Berengario Re d’Italia da Ottone I di Germania, venne ampliato tra XIII e XIV secolo, quando i Malatesta riuscirono a sottrarre San Leo ai Montefeltro. Il Mastio medievale, difeso dalle quadrangolari torri malatestiane, venne definitivamente ridisegnato dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini per volere di Federico da Montefeltro nel 1479. Egli escogitò la doppia cortina tesa in punta fra torrioni circolari forgiati di beccatelli, la munì del grande rivellino rivolto a sud, al di sotto del quale pose una caratteristica casamatta. La nuova forma prevedeva una risposta al fuoco secondo i canoni di una controffensiva dinamica che potesse garantire direzioni di tiri incrociati, da qualunque parte provenisse l’attacco. La fortezza fu protagonista di importanti vicende guerresche durante il periodo rinascimentale: fu sottratta per pochi mesi ai Montefeltro dal duca Valentino nel 1502 e ai Della Rovere delle truppe medicee nel 1517. Con la devoluzione del ducato urbinate al dominio diretto dello Stato Pontificio (1631), la rocca perse il suo carattere di arnese da guerra e fu adattata a carcere. Nel 1788, essendo le carceri della Fortezza di San Leo per la loro forma e situazione molto insalubri e minacciando uno di quei Baluardi imminente ruina, Giuseppe Valadier, nominato da Pio VII architetto dello Stato della Chiesa, fu incaricato di apportare all’intera struttura le necessarie migliorie. Dal 1791, fino alla morte avvenuta il 26 Agosto 1795, vi fu rinchiuso Giuseppe Balsamo, noto come Alessandro conte di Cagliostro, uno dei più enigmatici ed affascinanti avventurieri dell’età dei Lumi. Con l’avvento dell’Unità d’Italia, San Leo non fu oggetto di riadattamento urbanistici, mantenendo inalterato l’impianto urbano.
Le vicende storiche di San Leo sono leggibili soprattutto grazie ai preziosi monumenti d’arte che la città gelosamente conserva quali esemplari testimonianze di epoca medioevale (Pieve, Cattedrale, Torre civica, Convento di Sant’Igne). Tuttavia, se al già cospicuo patrimonio artistico aggiungiamo la Fortezza, imponente complesso difensivo progettato da Francesco di Giorgio Martini quale elemento determinante per il controllo del territorio del ducato di Federico, allora risulta chiaro quanto sia forte il legame tra Urbino, città ideale e capitale illuminata, antesignana dell’espressione culturale del pieno Rinascimento, capace di accogliere nel suo pingue alvo artisti e letterati itineranti di diversa provenienza, e San Leo, antica residenza e sede principale della nobile famiglia dei Montefeltro, baluardo difensivo, sinonimo di indiscusso dominio per l’intero ducato. Ancora oggi, la città di San Leo, grazie agli interventi dei preposti organismi statali e locali, riveste con orgoglio il ruolo di nume tutelare di un’intera civiltà e del suo patrimonio storico-artistico, consentendone la piena valorizzazione e la completa fruizione da parte della collettività.
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Borgo di inconfondibile aspetto medievale, in felice posizione panoramica su un colle sovrastante la via Flaminia, Gradara è cinta da una cortina trapezoidale di mura trecentesche coronate di merli guelfi e munite di bastioni rettangolari. Una cortina intermedia di mura, fornita di torri e di porta autonoma, garantiva una ulteriore protezione alla rocca. L’intero perimetro delle mura è percorso da un camminamento di ronda continuo. Nell’angolo occidentale la cinta muraria è rinforzata da un poderoso bastione poligonale, la rocchetta. L’unico accesso al borgo era la Porta dell’Orologio, un arco a tutto sesto sormontato da una torre quadrata (su cui sono murati gli stemmi dei Montefeltro, degli Sforza e dei Malatesta) fornita di ponte levatoio. Il castello occupa il punto più alto e meglio difendibile del colle. Gravita attorno al torrione principale o Mastio, che contribuisce ad imprimere all’insieme quell’aspetto di forza ed eleganza caratteristico delle fortezze medievali. Il Mastio risale al 1150, e attorno ad esso furono in seguito edificate le ali del castello. L’interno del castello subì radicali trasformazioni nel passaggio da fortilizio a residenza signorile. Delle opere d’arte che servirono a ingentilirlo rimangono in particolare la battaglia attribuita ad Aspertini (ora nella Sala del Consiglio) e la Pala in terracotta di Andrea della Robbia nella cappella.
paolo e francesca
La storia di Paolo e Francesca rappresenta da oltre 700 anni la tragedia del tradimento consumato. Esaminiamo i tre protagonisti:
Lui Lancialotto (o Giangiotto) Malatesta, figlio di quel Malatesta da Verrucchio che Dante chiama il “Mastin Vecchio”, è il marito. Già il termine Giotto (o ciotto) è eloquente: lo zoppo, il deforme, in poche parole il brutto.
Lei Francesca da Polenta, figlia di Guido Minore Signore di Ravenna e Cervia, donna di singolare grazia ed infinita bellezza, è la moglie.
L’altro è Paolo, il fratello minore di Lancialotto, bello, non avvezzo alla politica od alle armi, che per procura sposa a Ravenna nel 1275 la Francesca (ovviamente perchè Lancialotto era in altre faccende impegnato).
Lancialotto è Podestà di Pesaro e pertanto spesso assente od impegnato in cose militari o politiche.
Lei è spesso sola e … Paolo è così bello che ….
“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer si forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense”
“Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse:
soli eravamo e senza alcun sospetto.
Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse
Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso
la bocca mi baciò tutto tremante
Galeotto fu il libro e chi lo scrisse
quel giorno più non vi leggemmo avante”
Dante Alighieri Inferno Canto V 73-143
Ed un giorno del 1285 (o del 1289 ma poco importa), Lancialotto, probabilmente da qualcuno avvertito, dice di partire per Pesaro, ma poi rientra di nascosto e scopre sul fatto i due amanti.
La tragedia rapidamente si compie: uccide il fratello Paolo e la bella Francesca (che si getta sulla lama per proteggere l’amante).
E poichè, come spesso accade, solo con la morte si entra nella leggenda, la stessa è stata narrata dai più grandi poeti con Dante Alighieri in testa.
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Sita lungo un’ansa del fiume Metauro, circa nel mezzo di quell’area geografica denominata Montefeltro, c’è URBANIA detta la BELLA, già nota nel Rinascimento con il nome di CASTELDURANTE. URBANIA dista circa 17 chilometri da URBINO attraverso l’antica via ducale che Francesco Maria II nel XVI secolo percorreva in circa 3 ore… standosene comodamente in lettiga! Arrivando da SANT’ANGELO in VADO parcheggeremo l’auto in via Roma, mentre arrivando da FERMIGLIANO parcheggeremo nella piazza della stazione delle corriere. Visitare Urbania richiede almeno 4 ore, ma noi consigliamo di visitarla in una giornata. La parte storica di Urbania è praticamente (con la sola esclusione del Barco) racchiusa nel Rione Ponte Vecchio. Cominciamo la visita alla città partendo proprio dall’ampia Piazza San Cristoforo - Largo della Rovere su cui si affaccia il teatro BRAMANTE (che qui nacque) e da cui partono via Garibaldi, via Roma e via Vittorio Emanuele. All’inizio di quest’ultima (a piano terra del Palazzo Ducale) è sito il box delle informazioni turistiche. Il Palazzo Ducale (ex Palazzo Brancaleoni) di URBANIA fu ristrutturato nel XIV da Francesco di Giorgio Martini per ordine di Federico di Montefeltro e nel XVI rivisto e trasformato dal Genga. Oggi il Palazzo Ducale di URBANIA ospita varie attività culturali tra cui un museo con pinacoteca ed una libreria. Molto bello è il Palazzo Comunale di URBANIA con la sua torre campanaria. Un imperativo camminate per URBANIA passando sotto i numerosi portici presenti ed, ogni tanto, alzate gli occhi a cercare i particolari che fanno realmente bella questa piccola città Arrivando da SANT’ANGELO in VADO, a meno di 1 km da URBANIA, si trova infine il BARCO, residenza di caccia dei Duchi di Urbino, con il suo bel parco pubblico. Una curiosità URBANIA è una delle città della ceramica italiana. Qui si tengono stage e corsi di perfezionamento ad ogni livello.
URBANIA e la cultura religiosa
Numerose sono le chiese che si possono trovare ad URBANIA. Tra esse spicca per originalità e per un pizzico di macrabo la Chiesa dei Morti dal bel portale gotico e dall’inquietante cimitero delle Mummie. Le Mummie altro non sono che una serie di corpi estratti dai sepolcri all’epoca dell’editto Napoleonico di Saint Cloud nella prima metà dell’Ottocento e trovati mummificati in modo naturale a causa di una particolare muffa che aveva disitratato i corpi stessi. La cosa, ripeto, è a dir poco originale ed inquietante. La visita al Cimitero delle Mummie è a pagamento L.3,000 e, se pur molto interessante, è da noi consigliata al solo pubblico adulto. Molto più classiche sono le altre chiese che si trovano ad URBANIA a partire dalla Cattedrale con annesso Palazzo Vescovile e Museo Diocesano (visita praticamente solo su prenotazione) per passare poi alla chiesa di San Francesco ed ai conventi di Santa Chiara e Santa Maria Maddalena.
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urbino
Urbino ha origini antichissime che riportano all’epoca preistorica, ma si ha documentazione solo a partire dal III secolo a.C., quando Urvinum Mataurense assunse l’investitura di municipio romano di cui rimangono alcuni resti di mura e dell’antico teatro.
Grazie alla sua posizione strategica fu un feudo ambito coinvolto nelle lotte intestine. Guidata dalla fazione ghibellina e da Antonio da Montefeltro armo’ un forte esercito capace fronteggiare l’imperatore Federico Barbarossa a Roma. Questo portò ad Antonio il titolo di conte e la carica di vicario imperiale di Urbino (anno 1155). E’ probabilmente l’inizio del legame e della futura dinastia dei Montefeltro. Ma il periodo feudale non fu così florido come i successivi secoli. Passata definitivamente ai Montefeltro, strappata alle mire espansionistiche di Sigismondo Malatesta, Urbino conobbe un periodo di splendore, soprattutto con il più noto della famiglia “Federico II da Montefeltro”, conte e poi duca, che diede una forte spinta artistica convocando a corte artisti insigni dell’epoca. Dopo la morte di Guidobaldo, nel 1508, l’ultimo Montefeltro senza eredi, il ducato passò al nipote Francesco Maria della Rovere, fra i cui successori è Guidobaldo che fa rifiorire la
Duca di Montefeltro
città rinnovando l’antico splendore. Gli succede il figlio Francesco Maria II che cede Urbino al Papa (1626).
Da allora inizia il periodo più triste di Urbino, con la spoliazione della città e delle più importanti opere d’arte disperse in tutto il mondo. Ciò nonostante, Urbino è oggi un importante Centro artistico e turistico, e vanta una frequentata Università, con corsi di perfezionamento e specializzazione, corsi per stranieri, seminari e convegni; ha un’Accademia di Belle Arti, un Istituto Superiore di Grafica e un Istituto d’Arte del Libro. Urbino è la città natale di Bramante e Raffaello, simbolo del Rinascimento italiano, con la sua originale struttura urbana e gran parte degli edifici della sua stagione d’oro. Posta su due colli, è in gran parte circondata da mura e bastioni. Quattro strade principali collegano i due colli e questi con la pianura.
Ogni anno, in agosto, Urbino celebra se stessa con la Festa del Duca: una rievocazione in costume per le vie del centro a cui partecipano saltimbanchi e mangiafuoco, culminante nella sfida fra contee alla presenza della Corte ducale.
Da Vedere : Palazzo ducale
Il Palazzo Ducale, è il risultato dell’ampliamento e del castello medievale voluto da duca Federico su progetto di Luciano Laurana prima e da Francesco di Giorgio Martini poi, tra 1444 e il 1482, fino a diventare lo splendido Palazzo Ducale, un vero capolavoro dell’arte rinascimentale. Francesco di Giorgio Martini collega, poi, le varie parti del palazzo, con le sue 250 stanze (ricche un tempo di un migliaio di quadri, sottratti e dispersi dal legato pontificio cardinale Barberini), creando un palazzo a forma di città. Ai Laurana si devono il cortile, tra i più belli del Rinascimento, e la facciata verso la pianura con le torricelle che racchiudono le logge poste ai piani sovrastanti. Celebre lo Studiolo di Federico, opera di Giusto di Gand, con intarsi nella parte inferiore e 28 quadri nelle parti superiori, con ritratti (ne rimangono quattro) di filosofi, poeti e dottori. Le tarsie furono disegnate da Baccio Pontelli, Sandro Botticelli, Francesco di Giorgio Martini e Donato Bramante. Lavorarono per il duca: Baccio Pontelli, Leon Battista Alberti, Francesco Laurana, Desiderio da Settignano, il Pisanello, Paolo Uccello, Piero della Francesca, Melozzo da Forlì, Fra Carnevale e Giovanni Santi. n figlio Guidobaldo continua l’opera chiamando Luca Signorell,, Timoteo Viti, Evangelista di Pian di Meleto. L’interesse dei duchi si estende alla città con interventi sugli edifici religiosi e civili e opere pubbliche come le mura.
Museo Diocesano Albani, conserva una collezione di ceramiche,a vetri e manufatti religiosi e il dipinto dell’Ultima Cena di Federico Barocci (XVI sec).
Chiesa di S. Domenico, dal magnifico portale in travertino sulla cui lunetta è incastonata un’opera di di Luca della Robbia).
Oratorio di San Giuseppe, famoso per il presepio in stucco del 1522. Nel 1416 il conte Guidantonio chiamò i fratelli sanseverinati Lorenzo e Jacopo Salimbeni per affrescare l’oratorio, seguiti dall’eugubino Ottaviano Nelli e dal ferrarese Antonio Alberti .
Oratorio di San Giovanni Battista (XIV sec) il cui interno è decorato con cicli di affreschi del XV sec, tra cui La Crocifissione del XV sec e La Vita di Giovanni,r attista di Jacopo e Lorenzo Salimbeni.
Il Duomo, si erge tra gli intricati vicoli medievali,a realizzato dal Laurana, e ricostruito dal Valadier nel 1784 dopo un terremoto e viene ricostruito nel secolo seguente in forme palladiane. Conserva opere di Timoteo Viti e Federico Barocci.
La chiesa di S. Francesco, sec. XIV, con il bel campanile gotico a cuspide e la grande pala d’altare di Federico Barocci. Rifatta dal Vanvitelli (prima metà del ‘700), ospita i monumenti funebri dei duchi (vi sono i sarcofagi di Antonio e Oddantonio). Chiesa di S. Bernardino
Chiesa S. Bernardino degli Zoccolanti, (costruita dsa Francesco di Giorgio Martini) è sede del Museo dei Duchi, fuori città (vi verrà sepolto con la moglie Elisabetta e il figlio Guidobaldo. Ospitava fino al secolo scorso la Madonna con Bambino, angeli e santi nonché il Duca Federico in ginocchio di Piero della Francesca (ora alla Pinacoteca di Brera a Milano).
Casa natale di Raffaello sede dell’omonima Accademia istituita nel 1869.
La Fortezza Albornoz, XV sec., sorge in V.le B. Buozzi e rappresenta l’emblema difensivo della città del XVI sec.
Galleria Nazionale delle Marche, ospitata nel Palazzo Ducale, conserva veri capolavori
come la “Flagellazione” e la “Madonna di Senigallia” di Piero della Francesca, la “Muta” di Raffaello Sanzi, e di altri importanti artisti: Domenico Rosselli, Allegretto Nunzi, Giovanni Baronzio, Pietro da Rimin, Antonio da Fabriano, Giovanni Santi, Melozzo da Forlì, i Giusto da Gan, Carlo Crivelli, Alvise Vivarini, Tiziano,s Timoteo Vita, Taddeo Zuccari. Alcune opere, disperse nel 1623, sono tornate a Urbino consentendo la realizzazione della galleria.
E ancora, scesi a valle, lo splendido panorama urbano che si gode da Borgo Mercatale con l’incombente volume semicilindrico che racchiude la quattrocentesca Rampa elicoidale di Francesco di Giorgio Martini
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La Storia dell’Arte
L’Antichità
Nell’età del ferro è forte l’influenza etrusca del periodo villanoviano, mentre dal VI secolo a.C. inizia l’influenza artistica dei Greci. Notevoli sono le necropoli picene (Pianello di Genga, Numana, Fermo) e galliche (Montefortino di Arcevia e Santa Paolina di Filottrano). I resti d’epoca romana nelle Marche sono numerosi: le mura di Osimo, l’Arco di Augusto a Fano, le cisterne a Fermo, l’Arco di Traiano ad Ancona, la porta Gemina ad Ascoli Piceno, la galleria del Furlo sulla via Flaminia, le rovine di Urbs Salvia, Helvia Recina e Faleria, oltre alle diffuse opere architettoniche e idrauliche sparse sul territorio. Molto importanti sono anche i mosaici e le sculture, in particolare il famoso gruppo bronzeo rinvenuto a Cartoceto, nei pressi di Pergola.
Il Medioevo
In architettura alle elaborazioni locali, come il caratteristico presbiterio elevato dell’antica Pieve di San Leo poi diffuso in tutta la regione, si affiancano gli influssi provenienti dall’Oriente, da Ravenna e dalle altre regioni italiane. Esempi notevoli del romanico sono le chiese di San Ciriaco e Santa Maria della Piazza di Ancona, Santa Maria di Portonovo, San Vittore alle Chiuse, San Claudio al Chienti, Santa Maria a Piè di Chienti, il battistero e Santissimi Vincenzo e Anastasio di Ascoli, San Vincenzo al Furlo, l’abbazia di Fonte Avellana, la Pieve e il duomo di San Leo; da non dimenticare opere civili come il palazzo del Senato di Ancona, l’Arengo di Ascoli e la fontana di Fabriano. Le abbazie benedettine di Chiaravalle di Fiastra e di Chiaravalle anticipano il passaggio al gotico, che si ritrova nelle chiese di San Francesco di Fermo, San Francesco di Ascoli Piceno, San Marco di Jesi, nei portali veneziani delle chiese di Pesaro e Ancona e soprattutto in numerosi edifici civili, palazzi e rocche. In pittura sono notevoli le influenze giottesche attraverso le opere degli artisti riminesi e toscani, mentre si formano le prime scuole a Camerino, Fabriano (Allegretto Nuzi) e San Severino (fratelli Salimbeni).
Il Rinascimento
Le vivaci corti dei Montefeltro e degli Sforza raccolgono gli stimoli del rinascimento
fiorentino: a Urbino sotto il conte Federico da Montefeltro, un vero “principe rinascimentale”, viene costruito il palazzo Ducale dove lavorano artisti quali Luciano Laurana, Francesco di Giorgio Martini, Paolo Uccello e Piero della Francesca. In questo clima si formano il Bramante e Raffaello Sanzio. Contemporaneamente si apre il cantiere della basilica di Loreto, in cui lavorano Giuliano da Sangallo, Bramante, Andrea Sansovino, Luca Signorelli, Melozzo da Forlì. Da ricordare anche l’opera architettonica di Francesco di Giorgio Martini, che ha costruito il palazzo della Signoria di Jesi e numerose rocche tra cui Sassocorvaro, Cagli e Mondavio. Tra il quattrocento e il cinquecento giungono in regione i pittori veneti Crivelli, Tiziano e Lotto, mentre sotto i Della Rovere lavorano i Dossi e il Bronzino. Nel frattempo le officine di Pesaro, Urbino e Casteldurante (l’odierna Urbania) iniziano a produrre ceramiche di alta qualità.
Dal Seicento ad oggi
Nel Seicento si afferma una corrente manierista che guarda ai modelli classici (Brandani, fratelli Zuccari, Barocci, Tibaldi, De Magistris) in un periodo che diventa sempre più rigido e formale a causa della Controriforma. Aumenta il legame con Roma, con forti influenze del caravaggismo portato da Orazio Gentileschi su artisti locali quali il Guerrieri, mentre alcuni artisti marchigiani (Sassoferrato, Maratta, Ghezzi) influenzano a loro volta l’ambiente romano, anche se si va esaurendo la creatività originale e il manierismo classico non permette la diffusione del barocco. In questo periodo affluiscono nelle Marche le opere di Rubens, Guercino, Guido Reni e Carracci.
Nel Settecento vengono effettuati interventi architettonici sulle città, affidati spesso a grandi artisti, il più importante dei quali è Luigi Vanvitelli, con il suo linguaggio architettonico di rottura rispetto al Seicento: egli realizza opere ad Ancona, Macerata e Pesaro riconoscibili per il neoclassicismo elegante e per l’uso del mattone a vista.
Nella prima metà dell’Ottocento le Marche sono quasi immobili dal punto di vista culturale, a parte alcuni pittori tra cui il Podesti. A fine secolo si registra una ripresa dell’attività artistica, stimolata dalla corrente liberty, e nel Novecento sono da ricordare l’astrattista Osvaldo Licini e il pittore Scipione, oltre all’industria delle ceramiche di Pesaro, Urbania e Urbino.
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Superficie: 9.693 Km²
Abitanti: 1.469.000
Densità: 152 ab/Km²
Capoluogo:
Ancona (98.400 ab.)
Capoluoghi di provincia:
Ascoli Piceno 51.800 ab.,
Macerata 41.800 ab.,
Pesaro 89.400 ab.
Altri comuni: Fano 56.700 ab., San Benedetto del Tronto 45.400 ab., Senigallia 42.600 ab., Jesi 39.200 ab., Civitanova Marche 39.000 ab., Fermo 35.600 ab., Fabriano 29.600 ab., Osimo 29.600 ab., Falconara Marittima 28.500 ab., Porto Sant’Elpidio 22.600 ab., Recanati 20.000 ab.
Confini: Emilia-Romagna e San Marino a NORD-OVEST, Toscana e Umbria a OVEST, Lazio e Abruzzo a SUD
:” se si volesse stabilire qual’è il paesaggio italiano più tipico, bisognerebbe indicare le Marche…L’Italia , nel suo insieme, è una specie di prisma, nel quale sembrano riflettersi tutti i paesaggi della terra…L’Italia, con i suoi paesaggi, è un distillato del mondo , le Marche dell’Italia” G.Piovene, viaggio in Italia, 1957
180 km di coste, spiagge bellissime sul Mar Adriatico, 9 porti turistici, 500 piazze, più di 1000 monumenti significativi, cento città d’arte, migliaia di chiese, tra cui 200 romaniche, 163 santuari, 34 siti archeologici, 71 teatri storici, 265 tra musei e pinacoteche.
Numerose aree protette : 2 parchi nazionali, ( M. Sibillini, Gran Sasso ) , 4 parchi regionali ( M.COnero , Sasso Simone e Simoncello, M. San Bartolo , Gola della Rossa e di Frasassi ) , 4 riserve naturali ( Abbadia di Fiastra , Gola del Furlo , Montagna di Torricchio e Ripa Bianca ) , più di 100 aree floristiche , 15 foreste demaniali.
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