natura

e

territorio

 

 

Oltre 80.000 ettari del territorio della Regione Marche sono tutelati da Aree Protette, pari a circa l’ 8% dell’intero territorio regionale. Un sistema di aree protette di notevole interesse e pregio naturalistico composto da 2 Parchi Nazionali, 4 Parchi Regionali, tra cui il Parco Naturale Regionale del Sasso Simone e Simoncello e 2 Riserve Naturali.
A queste aree protette istituite dallo Stato con la Legge n. 394/1991 e dalla Regione Marche con la Legge n. 15/1994, si aggiungono altre aree finalizzate alla conservazione della Natura come gli 80 siti Bioitaly (aree di interesse comunitario in base alla direttiva Habitat molte delle quali già inserite nel territorio delle aree protette istituite), le Aree floristiche protette (L. R. n. 52/1974) per la tutela della flora marchigiana, le ZPS (Zona di Protezione Speciale individuate in base alla Direttiva europea per la tutela degli Uccelli), le Oasi di Protezione della Fauna istituite dalle Province nell'ambito della pianificazione faunistico venatoria (L. R. n. 7/1995).
Tra le altre aree protette si segnalano infine le Oasi WWF nelle Marche, territori sottoposti a tutela per effetto di normative diverse e ricadenti o coincidenti con Parchi e Riserve regionali, la cui caratteristica comune è la gestione da parte dell'Associazione

 

Parco Nazionale dei Monti Sibillini

Una catena montuosa che si erge nel cuore dell'Italia. Un territorio dove la magia, la natura, la storia e la cultura locale hanno contribuito a definire una realtà unica ed irripetibile. E' qui, nel regno della mitica Sibilla, che nel 1993 è nato il Parco Nazionale dei Monti Sibillini, con lo scopo di salvaguardare l'ambiente, promuovere uno sviluppo socio-economico sostenibile e favorire la fruizione ad ogni categoria di persone in modo da creare un "Parco per tutti". Lupo, aquila reale, falco pellegrino e numerose specie endemiche sono i segni più evidenti di una diversità e di una ricchezza biologica che, unitamente al fascino delle abbazzie e dei centri storici medievali, hanno contribuito a determinare un mondo antico e suggestivo.

Superficie: circa 70.000 ettari

Regioni: Marche e Umbria

Province: Ascoli Piceno, Macerata, Perugia
Comuni: Acquacanina, Amandola, Arquata del Tronto, Bolognola, Castelsantangelo sul Nera, Cessapalombo, Fiastra, Fiordimonte, Montefortino, Montegallo, Montemonaco, Norcia, Pievebovigliana, PieveTorina, Preci, SanGinesio, Ussita, Visso

Residenti:13.200 - Anno di istituzione: 1993 - Gestore: Ente Parco Nazionale dei Monti Sibillini

Negli esseri viventi dei Sibillini è incarnato quello "Spirito selvaggio" che contribuisce a rendere indimenticabile ogni esperienza vissuta fra questi monti Qui la vegetazione tende, come d'incanto, a cambiare man mano che ci si sposta dallo zoccolo basale dei Sibillini, posto ad un'altitudine media di 500 m, alle cime più elevate. Fino a circa 1000 m predomina infatti il bosco di roverella, carpino nero e orniello, quindi la faggeta, prima mista e poi pura. Oggi però il limite della vegetazione forestale risulta essere intorno ai 1700-1750 m, ovvero circa 100 m inferiore a quello originario; ciò a causa dei tagli, effettuati in passato, per favorire lo sviluppo delle aree pascolive. Al di sopra del limite potenziale del bosco si sviluppano invece i pascoli primari o naturali dove si possono rinvenire specie assai rare e pregiate. Fra esse ricordiamo il genepì dell'Appennino (Artemisia petrosa ssp. eriantha), la stella alpina dell'Appennino (Leontopodium alpinum ssp. nivale) ed inoltre Viola eugeniae, Anemone millefoliata, Gentiana dinarica, Dryas octopetala; nei ghiaioni e nelle zone detritiche è inoltre possibile rinvenire Drypis spinosa ssp. spinosa, Isatis allionii, Linaria alpina, Robertia taraxacoides, ecc. Rilevante è anche la presenza di Ephedra nebrodensis nella Valnerina e di Carex disticha che, nel Pian Grande, ha una delle sue due uniche stazioni italiane. Anche la fauna è molto interessante. In particolare, fra i mammiferi ricordiamo il lupo, l'elusivo gatto selvatico, l'istrice, che diffusosi solo da qualche decennio, occupa le zone più termofile e il capriolo, che reintrodotto per la prima volta agli inizi degli anni '50 sta oramai definitivamente colonizzando l’intera area. Fra gli uccelli sono invece da ricordare l'aquila reale, che dall'istituzione del parco ha iniziato a nidificare anche in zone abbandonate da anni, l'astore e lo sparviero, tipici abitatori dell’ambiente boschivo e il falcone pellegrino. Fra gli strigiformi è invece presente il gufo reale, mentre fra i galliformi, la coturnice meridionale. Frequenti sono anche il gracchio alpino e quello corallino. Interessante è inoltre la presenza del piviere tortolino, del codirossone, del sordone, del fringuello alpino e del picchio muraiolo. Fra i rettili è particolarmente interessante la presenza della vipera dell'Ursini che sui M. Sibillini raggiunge il limite settentrionale di diffusione in Italia. Quanto agli invertebrati ricordiamo il chirocefalo del Marchesoni, endemico del lago di Pilato.
Bellezze naturalistiche, ma anche storia, tradizioni e un'immancabile aura di magia, caratterizzano alcuni luoghi più che altri. Per questo nel territorio del Parco possono essere distinti quattro differenti versanti: versante fiorito , versante storico , versante sacro , versante della magia.

il versante fiorito : comprende la zona più settentrionale del parco con i prati di Ragnolo dove, nel periodo estivo si possono osservare splendide fioriture di orchidee, liliace ed altre interessanti specie come la fritillaria dell’Orsini, il narciso o l’astro alpino. Nella valle del Fiastrone, impressionante forra scavata dalle acque, si trova la Grotta dei Frati antico e suggestivo eremo dei monaci Clareni, dell’anno mille. Risalendo lungo il fiume, a monte del lago di Fiastra, dove si rispecchiano le vette dei monti circostanti, si possono raggiungere la suggestiva valle dell’Acquasanta con le sue splendide cascate e la grotta dell’orso, toponimo che testimonia la passata presenza di questa specie anche sui Sibillini. Appartengono a questo versante i Comuni di: Acquacanina, Bolognola, Cessapalombo, Fiastra, Fiordimonte, San Ginesio.

Il versante storico dell'Alto Nera e delle sue Guaite
La tradizione vuole che Visso, oggi sede del Parco Nazionale, sia stato fondato ben 907 anni prima dell’era di Roma e che, dal suo riconoscimento come libero comune e fino all’ invasione napoleonica, fosse diviso in cinque distretti chiamati "Guaite" che comprendevano anche Castelsantangelo ed Ussita. Un territorio ricco di castelli e torri di vedetta, che ancora oggi caratterizzano la struttura di numerosi centri abitati, edificati dai valligiani per difendersi dalle ripetute incursioni dei Saraceni. Dal punto di vista naturalistico, in quest’area, risultano interessanti le Gole della Valnerina, scavate dall’impetuoso fiume Nera, che sono percorribili con l’auto, e il massiccio montuoso, di aspetto dolomitico, del M. Bove, dove si possono rinvenire tutte leassociazioni vegetali d’alta quota, tipiche dei Sibillini. Appartengono a questo versante i Comuni di:Castelsantangelo sul N., Pievebovigliana, Pieve Torina, Ussita, Visso.

Versante sacro : cuore di questo importante settore del parco è Norcia , patria di S. Benedetto patrono d’Europa, famosa per il suo splendido centro storico, la piazza con la chiesa (XIV-XVIII sec.) dedicata al Santo, il Duomo (XVIII sec.) ed altri interessanti edifici storici. Da qui partono le escursioni: alle "marcite", originale sistema di irrigazione permanente dei prati realizzato, secondo alcuni, sin dai tempi dei Monaci Benedettini; ai Piani di Castelluccio, che sono costituiti da due ampie piane di origine carsica, in mezzo alle quali si erge l’omonimo centro abitato; all’Abbazia di S. Eutizio, fondata alla fine del V° secolo e divenuta famosa per la capacità dei monaci di curare i malati con le preziose e medicamentose erbe dei Monti Sibillini. Appartengono a questo versante i Comuni di Norcia e Preci.

Versante della magia : iSibillini nel medioevo erano conosciuti in tutta Europa come regno di demoni, negromanti e fate. Fra le numerose leggende le più famose sono quelle della Sibilla, "Illustre profetessa" che viveva in una grotta sita sull’omonimo monte e quella di Pilato secondo la quale il corpo esanime del famoso procuratore romano fu trascinato da alcuni bufali nelle acque rosseggianti del "demoniaco" lago, sito nell’alta incisione valliva che attraversa longitudinalmente il massiccio del Vettore. Poco distante si trova la Gola dell’Infernaccio, in cui aleggiano ancora i ricordi di antichi riti negromantici e suggestivo esempio dell’ erosione operata dal fiume Tenna sui calcari della zona. In tutto questo settore, unitamente a belle faggete d’alto fusto, vegetano alcune specie rare come la stella alpina e la genziana ed è possibile incontrare anche il lupo, l’astore e l’aquila reale. Appartengono a questo versante i Comuni di Amandola, Arquata del Tronto, Montegallo, Montefortino, Montemonaco

 

Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga

Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga è uno dei più grandi d'Italia. La varietà e la ricchezza naturalistica dei suoi massicci e dei diversi versanti, le suggestive testimonianze storico-architettoniche si riflettono in una moltitudine di proposte, itinerari e visite per tutte le stagioni dell'anno. Il Parco racchiude tre gruppi montuosi - la catena del Gran Sasso d'Italia, il massiccio della Laga, i Monti Gemelli - e si caratterizza per la presenza della vetta più alta dell'Appennino, il Corno Grande (2912 m). Su questa catena è presente l'unico ghiacciaio appenninico, il Calderone. Il territorio del Parco costituisce di fatto un “monumento europeo alla biodiversità”. Si tratta di un territorio di cerniera tra la regione euro-siberiana e quella mediterranea, in cui si localizza la montagna più elevata dell’Appennino che racchiude l’unico ghiacciaio dell’Europa meridionale. La posizione geografica, l’altezza raggiunta dalle montagne, nonché la differente geologia dei rilievi: calcari e dolomie sul Gran Sasso e sui Monti Gemelli, arenarie e marne sui Monti della Laga, determinano una straordinaria ricchezza di specie animali e vegetali, nonché una varietà di ecosistemi e paesaggi davvero unica. Il Parco ospita numerose specie faunistiche e floristiche esclusive di quest’area, inoltre gli animali più rappresentativi dell’Appennino quali il lupo, il camoscio d’Abruzzo, l’orso, l’aquila reale o il biancone che evocano con forza una natura primordiale e selvaggia. La millenaria opera dell’uomo si è integrata in maniera armonica in questo superbo contesto ambientale arricchendolo ulteriormente. Antichi paesaggi agrari e pastorali quali i campi aperti, i mandorleti, i monumentali boschi di castagno, i geometrici orti fluviali, sono solo alcuni dei risultati del lavoro di generazioni di contadini e pastori. Ogni valle conserva ancora le sue antiche varietà colturali, gelosamente custodite come si deve a ciò che c’è di più prezioso dell’eredità dei padri. Si coltivano tuttora le lenticchie ad oltre 1500 m di quota, la pastinaca, lo zafferano, la solina, l’antico grano tenero conosciuto già in epoca romana, l’aneto o il coriandolo.Qui i prodigiosi tesori della natura convivono da millenni con l'altrettanto rilevante patrimonio culturale delle civiltà locali: un armonico equilibrio tra esperienze umane e forze naturali.
Borghi antichi, siti archeologici, castelli, santuari, abbazie, chiesette rupestri, eremi e grotte costellano i sorprendenti paesaggi montani del Parco, una natura eccezionalmente ricca di foreste, sorgenti, cascate, praterie, altopiani, vertiginose creste e impressionanti pareti rocciose. È un’immensa risorsa, fatta anche di artigianato, produzioni tipiche, enogastronomia e folklore, da tutelare, valorizzare e promuovere attraverso la messa a punto di intelligenti itinerari turistici culturali.
Queste carte introducono agli ambienti naturali e ai paesaggi più caratterizzanti del Parco, disegnando insoliti percorsi nella natura alla scoperta dei luoghi più magici e meglio conservati.

Il Parco Regionale del Monte Conero

Il Parco Regionale del Monte Conero è una tappa obbligata per chi vuole scoprire le bellezze naturali delle Marche; con i suoi paesaggi diversissimi, i suoi colori e il suo mare è uno dei luoghi meglio conservati dell'intera costa Adriatica. L'ingresso "principale" del Parco è a Sirolo, dove si trova il Centro Visite. Qui si possono trovare le guide del Parco (Centro di Educazione Ambientale) e programmare così escursioni e gite. Il Parco del Conero è stato istituito nel 1987 e copre quasi 6mila ettari di territorio; è sovrastato dal Monte Conero, le cui pendici sono ricoperte di macchia mediterranea a nord, di pinete a ovest. Un paesaggio di boschi e strapiombi di grande suggestione, puntellato da testimonianze artistiche e storiche importanti, come il fortino napoleonico o i monasteri benedettini e francescani. Da Sirolo, uno splendido borgo medievale a picco sul mare, uno dei percorsi più rinomati porta al "Passo del Lupo", che sfiora stupende spiagge a ridosso di scogli a strapiombo; a Sirolo poi potete trovare il meglio della produzione del "Rosso di Conero", rimomato vino Doc della zona. Da poco esiste un circuito che vi potrà portare a vedere le cantine delle aziende produttrici, con tanto di degustazioni. Vicino a Sirolo si trova poi Numana, un suggestivo centro sul mare che da qualche anno ha conosciuto un importante sviluppo turistico grazie al rifacimento del porticciolo. I colori e la trasparenza del mare di Numana hanno poco a che fare con l'immagine stereotipata dell'Adriatico; un mare pulito e trasparente, dai riflessi verdi e azzurrini, con spiagge curate e attrezzate ma lontane dal modello "riminese". Alla scoperta del Parco del Monte Conero
Un promontorio che si tuffa nel mare: è il parco regionale del Monte Conero, lungo la costa adriatica in provincia di Ancona. Una perla nel cuore delle Marche. Il Parco regionale del Conero racchiude un terzo del patrimonio floristico di tutta la regione, per non parlare delle numerose specie di uccelli come: il gabbiano corallino, la poiana, il falco e il cormorano, in cui non è affatto difficile imbattersi. Le numerose insenature della costa offrono scorci caratteristici nei quali si insediano numerosi paesini.
A Portonovo, un antico villaggio di pescatori, è possibile ammirare la piccola chiesa di Santa Maria, esempio dell’architettura romanica, il fortino napoleonico e la torre di guardia che risale al ‘700, e la spiaggia dove ciottoli bianchissimi, fanno risaltare l’acqua cristallina che detiene anche il bollino blu. Poco distante da qui, arroccato sul monte, si trova Sirolo, perla del Conero, piccolo paese di origine medievale, dove spicca la Badia di San Pietro, donata ai benedettini nell’XI secolo e poi ritoccata dai Camaldolesi, ora adattata ad albergo. Il litorale è costellato da grotte, piccole insenature, e spiagge come quella delle Due sorelle, bandiera blu da oltre 10 anni. Ideale per una vacanza in famiglia, o per gli amanti dello shopping, un soggiorno a Numana con la sua lunga spiaggia sabbiosa e il vicolo della Costarella, luogo ideale per le compere e l’aperitivo, e per ammirare le opere dei pittori itineranti. Per una vacanza all’aria aperta, le esplorazioni del parco sono l’ideale. Tanti gli itinerari proposti, primo fra tutti un giro in bicicletta di 5 ore, alla scoperta degli angoli più suggestivi del Conero. Passeggiate per appassionati di trekking e per chi è meno allenato. Da visitare l’Abbazia di San Pietro, le numerose incisioni rupestri e le grotte romane sotterranee. Il Consorzio del parco fornisce tante informazioni e suggerisce itinerari adatti a tutte le esigenze.

aree protette

L'Oasi WWF Ripa Bianca di Jesi nasce nel 1997 come area didattica e naturalistica su iniziativa del Comune di Jesi in collaborazione con il WWF Italia a cui viene affidata la gestione. Nel 1998 la Provincia di Ancona istituisce sulla stessa area un'Oasi di Protezione della Fauna in base alla L. R. n. 7/1995 affidando la gestione sempre al WWF Italia. Nel 1999 la Regione Marche riconosce l'Oasi WWF Ripa Bianca di Jesi come CEA regionale ed avvia l'iter per la possibile istituzione di una Riserva naturale regionale. L'Oasi WWF Ripa Bianca di Jesi si trova lungo un tratto del fiume Esino con una estensione attuale di 15 ettari. Nonostante la ridotta superficie l'Oasi presenta una notevole diversità di ambienti come l'area fluviale, caratterizzata da una fascia di vegetazione ripariale, isolotti e aree di sponda ghiaiosi con vegetazione pioniera ed arbustiva, piccole zone umide, stagni ed il lago artificiale di notevole interesse ed importanza naturalistica, relitto di una passata attività estrattiva presente nell'area. Nella vegetazione arborea ai bordi del lago artificiale, costituita da pioppo nero e salici, si è insediata la più importante garzaia delle Marche dove nidificano nitticore, garzette e l'airone cenerino (unico sito di nidificazione accertato per le Marche per questo aldeide). All'interno dell'Oasi è in corso di realizzazione un progetto finanziato dall'Unione Europea con l'Obiettivo 2 per il recupero di una casa colonica con tecniche di bioarchitettura e l'applicazione di tecnologie per la produzione di energia alternativa anche con finalità didattiche. Presso il nuovo "Centro Natura" dovrebbero trovare sede il centro visite dell'Oasi, il centro recupero selvatici, il centro studi e ricerche, il centro di educazione ambientale, la sede regionale dl WWF Italia.

riserva naturale di montagna di torricchio e oasi wwf :Questa Riserva è la prima area protetta delle Marche, istituita nel 1977 dalla Stato per iniziativa dell'Istituto di Botanica dell'Università di Camerino e volontà dell'allora Presidente nazionale del WWF Italia, il March. Mario Incisa della Rocchetta, che donò l'area all'Università nel 1970 con un lascito finalizzato alla creazione di un'area protetta integrale. Dalla sua istituzione la Riserva Naturale è inserita nel Sistema nazionale delle Oasi WWF e posta sotto l'egida dell'Associazione Italiana per il WWF. La Riserva Naturale ha un'estensione di 371 ettari ed è gestita con l'esclusiva finalità della ricerca scientifica e di conservazione della natura. Situata tra Pievetorina e Montecavallo, in Provincia di Macerata, si presenta con un territorio ricoperto da pascoli punteggiati da cespugli, mentre il leccio, la roverella, il carpino nero ed il faggio caratterizzano le zone boschive. La fauna presente è quella tipica dell'Appennino rappresentata da lepre, scoiattolo, volpe, donnola, tasso, faina, e, tra l'avifauna, si riproducono nell'area protetta starna e coturnice

riserva naturale abbadia di fiastra : istituita nel 1984, la Riserva ha un’estensione di 1867 ettari ed è suddivisa in tre aree. La prima, "la Selva", comprende un bosco di cento ettari con prevalenza di cerro ma dove si incontrano anche altre specie vegetali come la roverella, la farnia, l’acero campestre e l’olmo; questa area riveste una notevole importanza scientifica in quanto è l’unica testimonianza, di tale estensione, del tipo di foreste che ricoprivano anticamente queste colline. La seconda area è la riserva antropologica caratterizzata dal complesso dell’Abbazia, dal fiume Fiastra e dai campi coltivati. La terza infine è la zona di protezione, vero e proprio filtro tra la Riserva e il territorio circostante, prettamente agricolo. Faunisticamente la riserva è ideale per l’osservazione del capriolo, reintrodotto alcuni anni fa, ma sono presenti anche il tasso, la donnola, la faina e numerose altre specie grazie anche alla diversificazione degli ambienti presenti.
La Riserva Naturale dell'Abbadia di Fiastra nasce dall'impegno della Fondazione Giustiniani Bandini, titolare dell'area, e dalla collaborazione con il WWF Italia. Nel periodo compreso tra il 1987 e il 1997 la riserva era inserita nel Sistema nazionale delle Oasi e Riserve del WWF e posta sotto l'egida dell'Associazione.

parco naturale regionale sasso simone e simoncello : i l Parco è stato istituito nel 1994 ed è operativo dall'Agosto 1996; si tratta di un'area protetta dell'estensione di 4847 ettari compresi nella Provincia di Pesaro, ai confini con la Regione Toscana. I due Sassi, simboli del Parco, insieme al vastissimo bosco di cerri, carpini, faggi che li circonda ed al rilievo del Monte Carpegna, sono le principali emergenze di questo territorio dove natura incontaminata e storia millenaria rivestono ruoli primari. La fauna del Parco presenta specie di elevato interesse quali il Falco Pellegrino, l'Astore mentre il Lupo ha recentemente aumentato la frequenza delle sue visite grazie alla disponibilità di prede naturali quali Caprioli, Cinghiali e Daini

parco naturale regionale del monte san bartolo : istituito nel 1994, ma operativo dal 1997, il Parco si estende per 1600 ettari, lungo il tratto di "costa alta", o meglio detta falesia, compresa tra Gabicce e Pesaro, per una lunghezza di 10 km ed una quota massima di 200 m, quella appunto del Monte San Bartolo. La vegetazione comprende specie appartenenti alla tipica macchia mediterranea come l’alaterno, la fillirea e la smilacea. In primavera, dal promontorio del San Bartolo, si assiste al passo dell’avifauna migratrice, soprattutto rapaci mentre la spiaggia, ciottolosa, presenta una tipica fauna di molluschi e crostacei. L’Area Protetta, oltre che dal punto di vista naturalistico, riveste una grande importanza storica per la presenza dell’area archeologica di Colombarone, dei centri medievali di Gabicce Alta, Casteldimezzo, Fiorenzuola e Santa Marina e delle numerose ville rinascimentali.

parco naturale regionale gola della rossa e di frasassi : il parco, istituito nel 1997, si estende per oltre 9000 ettari nel tipico paesaggio appenninico, fatto di rilievi calcarei profondamente incisi da strette gole: la Gola di Frasassi, dove il carsismo ha prodotto le famose grotte, la Gola della Rossa, altrettanto suggestiva e la Valle Scappuccia L’area protetta è inserita in un contesto di grande valore non solo ambientale e naturalistico ma anche storico e architettonico. La vegetazione dei versanti assolati delle gole è caratterizzata da specie mediterranee come il terebinto, la fillirea ed il corbezzolo mentre i versanti esposti a nord presentano, insieme ad orniello e carpino nero, il leccio e l’alloro; il cerro, la roverella, il carpino nero e, alle quote più elevate, il faggio caratterizzano i boschi misti del Parco. La fauna comprende numerose specie protette come il lupo, l’aquila reale ed il gatto selvatico

oasi WWF bosco di frasassi : si tratta di un Oasi di protezione, posta all'interno del Parco Regionale della Gola della Rossa e Frasassi, gestita dal WWF; è stata istituita nel 1997 e presenta una estensione di 4,5 ettari anche se per i prossimi anni è previsto un ampliamento a 15 ettari. Ci troviamo in un ambiente boschivo compreso tra i 500 e 600 m di quota caratterizzato da carpino nero, carpino bianco, roverella e nocciolo mentre meno frequentemente si incontra l'orniello, l'acero di monte e quello campestre ed il faggio. Gli arbusti sono ben rappresentati dalla rosa selvatica, dal prugnolo, dal caprifoglio peloso, dalla coronilla, dal ginepro ossicedro e da quello comune, e nell'oasi è di particolare interesse la esistenza di una stazione relitta di alloro. La zona è sottoposta anche a vincolo archeologico in quanto custodisce testimonianze del Neolitico, del periodo celtico e dell'età romana.

Le Grotte di Frasassi



Possiamo affermare con certezza che una sistematica ricerca di speleologi e geologi nella zona di Frasassi ha avuto inizio nel 1948, grazie all'attività del Gruppo Speleologico marchigiano di Ancona. Si deve ricordare tuttavia che anche nel periodo tra le due guerre vi furono alcune esplorazioni e ricerche di studiosi di preistoria e di scienze naturali, ma furono episodi sporadici. Proprio nel 1948, e precisamente il 28 giugno, Mario Marchetti, Paolo Beer e Carlo Pegorari del suddetto Gruppo Speleologico scoprirono l'ingresso della Grotta del Fiume. Numerose altre esplorazioni e scoperte si avranno nella zona, grazie ai Gruppi Grotte del Club Alpino Italiano (C.A.I.) di Jesi e di Fabriano. Nel 1966 un componente del Gruppo Speleologico fabrianese, Maurizio Borioni, troverà all'interno della Grotta del Fiume un'ulteriore diramazione, della lunghezza di oltre un chilometro. Da questo momento le esplorazioni e le ricerche divennero più assidue ed entusiastiche. Cinque anni dopo, nel luglio 1971, una nuova scoperta. Stavolta sono alcuni giovani jesini a trovarsi di fronte ad una stretta apertura da cui fuoriesce una notevole corrente d'aria. Essi sono Armando Antonucci, Mauro Brecciaroli, Mauro Coltorti, Mario Cotichelli, Massimo Mancinelli, Giampiero Rocchetti e Roberto Toccaceli. Lavorano per circa un mese ad ampliare lo stretto passaggio, e il primo agosto successivo oltrepassarono quella che sarà definita la "Strettoria del tarlo". Si apriranno così alla meraviglia dei giovani circa cinque chilometri di nuove cavità, con un insieme di cunicoli, pozzi e imponenti gallerie, all'interno delle quali troveranno tracce animali conservate attraverso i millenni. Le scoperte di questo anno fortunato non finiscono quì. La prima traccia della scoperta più rilevante, quella della Grotta Grande del Vento, si avrà il 25 settembre dello stesso 1971, quando Rolando Silvestri del Gruppo Speleologico Marchigiano Club Alpino Italiano di Ancona, attraversando le pendici nord del monte Vallemontagnana, scoprì un piccolo imbocco. Con l'aiuto di alcuni amici riuscì ad aprire un varco in una piccola sala. Alla delusione per la piccola scoperta si accompagnò quasi subito la speranza che ci fosse in vista qualcosa di ben più grande.
Nella piccola sala, infatti, vi erano numerose aperture da cui fuoriuscivano correnti d'aria. Dopo una faticosa opera di scavatura, che durerà alcuni giorni, s'inoltrarono in una strettoia e di qui scivolarono in direzione del ciglio di un vuoto. Gettarono un sasso nel vuoto e si resero conto dell'ampiezza e della profondità della grotta. Il loro calcolo, non lontano dal vero, fu di oltre cento metri.
Una scoperta incredibile, che creò grande entusiasmo tra i membri del gruppo. La meravigliosa Grotta Grande del Vento fu consegnata così all'ammirazione dell'uomo.
Il problema diventò a quel punto per loro cercare di penetrare nella cavità e raggiungere il fondo. In tempi rapidi si munirono della necessaria attrezzatura e, con una nuova spedizione, si calarono nell'enorme grotta sottostante cui sarà dato il nome di "Abisso Ancona". Le luci degli speleologi anconetani misero subito in evidenza lo splendore e la singolare bellezza di questo nuovo ambiente. La scoperta fu diffusa e fatta conoscere anche attraverso la stampa.
Proseguirono poi e si intensificarono le attività del Gruppo Speleologico di Jesi e del Gruppo anconetano, il primo nella Grotta del Fiume e il secondo nella Grotta Grande del Vento. Loro obiettivo era quello di trovare la congiunzione, la via di comunicazione tra le due cavità che essi ritenevano dovesse necessariamente esserci. La loro convinzione e la loro faticosa ricerca sarà realizzata circa due mesi dopo, l'8 dicembre, ma saranno alcuni speleologi del C.A.I. di Fabriano a portarsi sulle tracce degli speleologi anconetani nella Grotta Grande del Vento. Essi diedero anche un nome a quel passaggio: "Condotta dei fabrianesi". Le due enormi grotte diventarono così, d'ora in poi, un enorme labirinto di ambienti sotterranei che si susseguono incessantemente per oltre tredici chilometri. Soltanto gli speleologi, con attrezzature particolari e non senza talune difficoltà, sono in grado di esplorare nella sua interezza questo stupendo mondo sotterraneo; agli altri non restano che le foto, pur bellissime. Sul finire del 1972 venne costituito il "Consorzio Frasassi", con l'obiettivo di salvaguardare e valorizzare le grotte di Frasassi e il territorio comunale entro cui si trovano. Il Consorzio venne costituito tra il Comune di Genga e la Provincia di Ancona. Fu costruita una galleria artificiale di oltre 200 metri, che conduceva all'ingresso della Grotta Grande del Vento, e poi all'interno fu tracciato un comodo percorso di circa 600 metri. Si diede incarico a Cesarini di Senigallia di curare l'illuminazione ed egli lo fece magistralmente. Si erano così realizzate le condizioni minime per rendere accessibile ai turisti una delle parti più belle della Grotta Grande del Vento.
L'apertura risale al 1° settembre 1974; da allora numerosi turisti continuano a visitare questi luoghi incantevoli in cui possono apprezzare la bellezza, lo splendore e la maestosità della natura.


L' origine della "Gola di Frasassi"

Dai rilievi geomorfologici risulta che la paleo-geografia dell'area era costituita da corsi d'acqua principali con direzione SW-NE che dalle pieghe appenniniche, con alvei rettilinei, si immettevano nel mare Adriatico. Contemporaneamente i loro affluenti, inseriti nelle sinclinali e lungo le linee di vecchie faglie, avevano un andamento idrografico perpendicolare ai primi.
La regressione della linea di costa e il perdurare delle spinte orogeniche, che sollevavano gli Appennini, incrementarono l'azione erosiva dei corsi d'acqua principali, i quali ampliarono il loro bacino imbrifero attraverso catture fluviali lasciando negli alvei abbandonati valli relitte parallele. L'attuale reticolo idrografico, che può sembrare complicato da un'apparente indipendenza dei corsi d'acqua, è invece riconducibile ad uno schema evolutivo caratterizzato da catture fluviali successive. E' in questo meccanismo particolare che possono rientrare l'origine e la formazione della Gola di Frasassi e della Gola della Rossa. Dunque l'apertura e l'evoluzione della Gola di Frasassi sono state realizzate dal taglio progressivo del rilievo calcareo spartiacque costituito da Monte Valmontagnana - Monte Frasassi, lungo i versanti del quale scorrevano corsi d'acqua diametralmente opposti che, integrati sia dalle fratture della roccia sia da un particolare e grandioso carsismo, hanno reso possibile la cattura delle acque del bacino imbrifero dell'entroterra appenninico, originando l'attuale assetto idrografico.

Il torrente Sentino e le acque sulfuree

Il complesso montuoso Monte Valmontagnana - Monte Frasassi è caratterizzato da un motivo geologico a pieghe, con un'ampia anticlinale calcarea corrispondente al rilievo orografico, e da strette sinclinali che corrispondono a valli e pianure (area di Pianello di Genga - area di S. Vittore Terme). Su queste strutture geologiche, dopo gli eventi orogenici e agevolata da faglie e diaclasi, si è inserita la circolazione idrica superficiale costituita dal torrente Sentino e dal ruscellamento e dilavamento ad esso collegato.
Questi corsi d'acqua, ostacolati dal complesso montuoso di Frasassi, hanno formato, all'inizio del Pleistocene, un grande lago all'altezza di Pianello di Genga e filtrando in profondità attraverso le fratture della roccia calcarea, hanno raggiunto i sottostanti depositi Evaporitici Riabliani costituiti da salgemma, gessi e livelli bituminosi (Agip pozzo Burano). Attraverso millenni le acque ristagnanti nell'area di Pianello - Genga, agendo in profondità e sottoposte a notevoli pressioni idrostatiche, hanno provocato la soluzione degli Evaporiti Riabliani, sciogliendo salgemma e gesso, scomponendo quest'ultimo in bicarbonato di calcio e acido solfidrico (acque sulfuree). Con questi meccanismi le acque, arricchitesi in profondità di sali minerali, sbarrate da terreni impermeabili, sono risalite lungo i piani di faglia, in obbligo alla legge dei vasi comunicanti, manifestandosi con sorgenti e ruscellamenti, in località S. Vittore Terme, dove la superficie topografica è più bassa del bacino che le alimenta.

Genesi delle Grotte di Frasassi

Risalita attraverso lo sciame di diaclasi e faglie, l'acqua mineralizzata (individuata attualmente dove scorre il fiume Sentino) si è incontrata con l'acqua più fredda proveniente dalla percolazione superficiale e soprattutto dalla falda di subalveo del fiume Sentino.
In questi piani di faglia e nelle disgiunzioni del Calcare massiccio ha avuto origine il complesso carsico Grotta grande del vento. Difficile è stabilire la data certa della sua formazione. Considerato, comunque, che l'elemento base è l'acqua sulfurea e che questa ha potuto risalire unicamente quando il Calcare massiccio è stato spezzato e tagliato dalle faglie, nella valutazione dell'età di questi eventi post-orogenici, avvenuti nel Pliocene Superiore, è possibile affermare che l'origine delle prime sale possa essere datata ad un milione quattrocentomila anni fa. In quel periodo il Sentino aveva il suo alveo molto più alto rispetto all'attuale posizione e tutta l'idrografia era più alta di due-trecento metri: è a questa quota che si incontravano, all'interno della montagna, lungo i piani di faglia, l'acqua artesiana mineralizzata e l'acqua più fredda del torrente Sentino: dal loro connubio avvenivano la dissoluzione del calcare ed il deposito del gesso. Possiamo osservare che quando il fiume Sentino era ad una quota di 250 metri più alta (testimoniata dall'incisione sulle pareti della Gola di Frasassi a varie quote) il suo regime era saltuario e, in periodi autunnali e primaverili, le piene avevano una notevole forza erosiva data l'elevata pendenza dell'alveo, così le acque incidevano rapidamente la roccia e il suo letto si abbassava molto velocemente; di conseguenza, abche l'idrografia sotterranea, che si raccordava con il Sentino, subiva un abbassamento altrettanto veloce originando, all'interno, un carsismo con condotte verticali e piccole sale, non riuscendo in questi casi a lasciare depositi di gesso per il breve stazionamento della zona di reazione. Tutto questo è stato riscontrato nella realtà, infatti le cavità carsiche a quota 250 metri sono di modeste dimensioni, isolate e poco appariscenti. Man mano che il torrente Sentino seguitava a scendere di quota per l'intensa erosione, l'acqua del fiume tendeva ad essere meno impetuosa e meno veloce: conseguentemente l'idrografia sotterranea si abbassava più lentamente rispecchiando esattamente la situazione d'equilibrio del fiume. La zona di reazione tra acqua sulfurea e le acque fredde del torrente stazionavano sempre più a lungo alla stessa quota permettendo la formazione di quel complesso di sale grandiose che oggi ritroviamo. Dove il livello di risalita dell'acqua sulfurea era superiore all'alveo del Sentino si formavano, convergenti verso il torrente, condotte sub-orizzontali di raccordo idrografico. La struttura base del complesso ipogeo di Frasassi è costituito da 6-8 livelli sovrapposti che rappresentano cicli erosivi del Sentino in lunghi periodi geologici.

Le concrezioni

Le stalattiti, le stalagmiti, le colate calcetiche ed i laghetti cristallizati, che rappresentano la componente più bella delle grotte, sono l'espressione finale del lungo lavoro svolto dall'acqua piovana sulla roccia. Infatti, se i calcari sono fessurati, l'acqua di precipitaizone meteorica che penetra attraverso la superficie del terreno circola all'interno delle rocce seguendone le fessure, poiché nell'acqua è sempre presente una certa quantità di CO2 il calcare viene parzialmente sciolto e le fessure vengono allargate là dove la circolazione dell'acqua è maggiore. Il Calcare massiccio, nella zona di Frasassi, è ampiamente ricoperto da terreni impermeabili e semipermeabili (Monte Valmontagnana); l'acqua piovana non si infiltra uniformemente nella zona ma lungo gli strati e lungo le fratture: qui trasforma il carbonato di calcio della roccia in bicarbonato di calcio, il quale è solubile. All'interno della grotta, il processo chimico tende ad invertirsi: il continuo stillicidio causa la cessione dell'anidride carbonica dall'acqua all'aria, il bicarbonato, ceduta la CO2, diviene insolubile e si deposita producendo splendide concrezioni; sulla volta delle sale si formano splendidi depositi calcitici chiamati "stalattiti", nate da un piccolo cilindro di calcite cavo all'interno del quale inizialmente, passava la goccia, poi sono cresciute enormemente con il dilavamento esterno.
Le concrezioni alla base delle sale si chiamano "stalagmiti", che sono il risultato dell'impatto delle gocce sul terreno. Queste presentano varie forme non sempre compatte. Nella Grotta grande del vento, data la vastità degli ambienti, per il notevole percorso fatto dallo stillicidio che cade dalla volta, l'acqua diviene molto satura e oltre a depositare carbonato di calcio nel punto d'impatto, incrosta a raggera l'area circostante. Questo meccanismo ha permesso la formazione di stalagmiti giganti (il gruppo dei giganti, il castello, l'obelisco) che tendono a crescere e ad allargarsi a raggera perchè via via catturano lo stillicidio più esterno. Quando le concrezioni con il passare del tempo, si accrescono enormemente possono unirsi per formare colonne di forme e colore diversissimi. L'acqua può dilavare la roccia (allora si potranno formare colate calcitiche) o può ristagnare e formare laghetti che tendono a saturarsi e ricoprirsi don druse. Nella Grotta grande del vento estesi depositi di gesso vengono sciolti dal continuo stillicidio nei piani superiori. Di conseguenza, l'acqua di percolazione, persa la CO2 e carica di sale di carbonato di calcio, sciogliendo il gesso presente nelle sale superiori, si trova eccezionalmente soprasatura e cola cristallizzando con calcite purissima su laghetti quasi orizzontali. Questa particolarità si riscontra nelle concrezioni dei Giganti e nel laghetto cristallizzato (Abisso Ancona), nel Canyon e nella sala della Candeline. Infine, nella parte più remota del complesso carsico, le pareti sono ricoperte da una fitta rete di vermiculazioni argillose, denominate "pelli di leopardo" per la loro particolare morfologia.

La zona di Frasassi, poco fuori Genga, ha nascosto per secoli il più ampio e interessante panorama speleologico d'Italia. Oltre 13 chilometri di grotte, di cui quasi due chilometri visitabili.
Genga, come molti altri paesi dell' anconetano, nasce intorno ad un castello, il quale conserva ancora gran parte delle mura di difesa edificate via via che l'abitato si ampliava.
Le origini del Castello di Genga si perdono nel tempo. Ci sono delle teorie che riporterebbero le origini ai tempi del re Pirro ma si hanno notizie storiche solo a partire dal 386 a.C., quando gran parte di questo territorio fu invaso dai Galli Senoni, che cacciati nel 283 a.C. dai Romani, fondarono vari nuclei abitativi tra i quali sicuramente il più importante è quello costituito dall' attuale città di Senigallia.
Ci si arriva in pochi minuti da Fabriano o da Sassoferrato. Da sempre, possiamo dire, le grotte scavate dal Sentino nella roccia calcarea hanno convissuto con l'uomo, fin dalla preistoria, di cui si conservano ancora diverse testimonianze.Nelle ampie grotte ai piedi della gola è stata costruita la cappella di S.Maria Intra Saxa, appartenuta nel medioevo ad un monastero benedettino. La prima grotta esplorata fu quella del Fiume nel '48 e poi nel '71 la grande scoperta; la grotta del Grande vento.Dal piazzale d'ingresso si inizia il percorso; dopo un breve passaggio artificiale si arriva al complesso carsico, formato da diversi passaggi, con stalagmiti e stalattiti di forme fantastiche, cui vengono dati i nomi più strani; "la cascata", "il gigante", "il pagliaio". Dalla Grotta del Grande Vento (Sala Abisso Ancona) si passa progressivamente alla Sala Duecento, delle Candeline, dell'Orsa, dell'Infinito. L'Abisso Ancona è una enorme cavità, tra le più grandi in Europa e nel mondo, che potrebbe tranquillamente contenere il Duomo di Milano grazie ai suoi 200 metri di altezza, 180 di lunghezza e 120 di larghezza. Nel fondo della cavità sono ammassati enormi blocchi di pietra, risultato dei crolli che si sono susseguiti nel corso dei millenni e che hanno dato origine a quello che, in onore dei primi speleologi che 25 anni fa si sono affacciati dalla sua sommità, è stato denominato "Abisso Ancona". Il viaggio nel cuore della montagna attraverso le varie sale è un'esperienza assolutamente unica.

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